domenica 10 agosto 2008

Intervista al segretario del Prc. Da dove ricominciare.


di Frida Nacinovich
da Liberazione del 10/08/2008

Nella stanza del segretario di Rifondazione comunista, al terzo piano di viale del Policlinico, c'è Paolo Ferrero. I condizionatori sono spenti, fa un gran caldo. «Altro che gelo siberiano, segretario. Eppure dicono che sei trinaricuto...». Nessuna risposta, Ferrero non raccoglie. Seduto dietro la scrivania, guarda al computer le ultime notizie che arrivano dall'Ossezia. Una guerra, una nuova guerra nel pianeta. In Georgia, dove più di un secolo fa nacque Stalin. Ma quella è storia, questa è cronaca. La nostra chiacchierata inizia da qui. Ferrero taglia un sigaro, lo accende - la finestra è aperta - osserva: «Questi sono i risultati della crisi della globalizzazione. Dobbiamo uscirne da sinistra. Siamo stati troppo attenti a noi stessi, rischiando di diventare autoreferenziali». Ferrero pensa a una grande manifestazione in ottobre, preceduta da un'assemblea in settembre, dà un'occhiata all'agenda e conferma: «Sarà domenica 14». Che intende fare di preciso segretario? «Bisogna tornare nel sociale. Penso a una frase di Don Milani: di fronte a un problema sortirne da soli è egoismo, sortirne insieme è politica».

Una risposta di sinistra alla crisi della globalizzazione, l'obbiettivo è ambizioso...
La crisi della globalizzazione è evidente. Ne sono l'immagine più efficace e tragica le guerre in corso e quelle che ci saranno nei prossimi anni, per l'energia, l'acqua, le materie prime. Siamo di fronte a una crisi di civiltà, amplificata a casa nostra dal governo Berlusconi. Tentare di trovare un'uscita da sinistra significa costruire un'opposizione di sinistra a Berlusconi e a Confindustria.

Ricordi la battuta fulminante di Woody Allen: "Dio è morto, Marx è morto… e anch'io oggi non mi sento molto bene! ..."?
Quello che è mancato nei primi cento giorni del governo Berlusconi è proprio un'opposizione di sinistra.

Ma la sinistra oggi - almeno quella italiana - è sparita dal Parlamento.
Penso che comunque un'opposizione parlamentare non basterebbe. Bisogna costruire la sinistra nella società.

C'è già qualche appuntamento in vista?
Il 13 settembre il comitato politico nazionale eleggerà la nuova direzione e la nuova segreteria. Il giorno successivo, il 14, una grande assemblea lancerà la campagna di autunno. L'obiettivo è quello di arrivare in ottobre a una manifestazione di tutta la sinistra, di tutte le forze a sinistra del Partito democratico.

Domanda d'obbligo: con o senza l'Italia dei valori di Antonio
Di Pietro?
Ho parlato di una manifestazione di tutta la sinistra, dunque Di Pietro non c'entra. Vogliamo tornare a discutere di questioni sociali, della difesa dei contratti di lavoro, dei salari, delle pensioni. Ribadire il nostro "no" alle grandi opere, alla Tav. Mettere al centro i temi della pace e della guerra, quindi la nostra opposizione al raddoppio della base di Vicenza. Poi c'è la questione morale, diciamo "no" al lodo Alfano. Lo sbarramento alle elezioni europee è antidemocratico. Continueremo la nostra battaglia per i diritti civili, contrasteremo le leggi razziste sull'immigrazione. Vogliamo fare una manifestazione per segnalare un'alternativa di società rispetto al progetto di Confindustria e Berlusconi. Una manifestazione di tutta la sinistra, perchè abbiamo ben presente che Rifondazione è soltanto un pezzo di questa sinistra.

Unità a sinistra in che termini: costituente, federazione, cartello elettorale o qualcosa di diverso?
Non perderei tempo sulle formule, sull'ingegneria politica. Penso alla massima unità di azione nel rispetto reciproco, a un confronto continuo fra esperienze diverse, a una contaminazione. In questo momento così delicato - lo dico in questa intervista - non c'è bisogno di primi della classe e fughe in avanti. Il problema è quello di mobilitare tutta la sinistra su una piattaforma comune. Cercherei di non far morire un fatto politico importante come la costruzione di un'opposizione di sinistra dividendoci su costituenti, federazioni e via dicendo.

Intanto cominciamo con l'unire Rifondazione...
E' stata proprio la maggioranza a chiedere la gestione unitaria. Del resto la mia idea di partito è un partito di tutti, dove nessuno si sente ospite. All'attacco della destra si risponde lavorando nella società, sul territorio. In questo senso la manifestazione di ottobre non è un punto di arrivo ma un punto di partenza.

Capitolo alleanze. Ti chiedono sempre quali saranno i rapporti con il Partito democratico e con Walter Veltroni. Spiegaci.
La crisi della globalizzazione viene affrontata da destra con la logica della guerra fra poveri, dei penultimi contro gli ultimi. La coperta è stretta, governo Berlusconi e Confindustria ti promettono che sarà qualcun altro a rimanere con i piedi di fuori. Lo zingaro, il povero, il diverso. Ecco così nascere le politiche securitarie per rispondere alla crisi sociale. Arriviamo al Partito democratico. Che fa? Semplicemente non costruisce un'alternativa. Balbetta, resta in una terra di nessuno fra le pulsioni della destra e i drammi sociali. La penso così: non costruire un'alternativa non basta, significa non dare risposte alla crisi della globalizzazione.


Proprio non ti piace questo Pd. (Ferrero indica un'intervista di un quotidiano a Giuliano Amato).
La vocazione centrista del Pd si racchiude nelle dichiarazioni dei suoi esponenti di punta. La spinta verso il centro appartiene più al Pd che al Pdl. L'apertura all'Udc di Casini è solo la puta dell'ice berg. Il vero tema in discussione è l'inversione di rotta: con questa idea della commissione "Attali" che Amato ha accettato di presiedere a Roma, la politica diventa neutra, pura amministrazione del potere. Ecco perché parlo di autonomia dal Pd come pre-condizione per una sinistra che vuole dare risposte alla crisi della globalizzazione.

Confessa: senza falce e martello Rifondazione non esiste.
Il riferimento al comunismo non è un fatto di memoria. Si tratta di avere un universo simbolico alternativo a quello dominante. Mi spiego: per la destra il ricco è ricco perché se lo merita, il povero è povero perché se lo merita. Non riesci a pagare un mutuo? Colpa tua perché non hai trovato un lavoro che ti permette di guadagnare abbastanza. In questo schema le persone vivono i problemi sociali come drammi individuali. Un'atomizzazione della società.

Che fare?
Il problema dei comunisti, il problema della sinistra, è quello di ricostruire il conflitto, riconoscendo l'elemento collettivo del disagio sociale. Don Milani diceva: di fronte ad un problema sortirne da soli è egoismo, sortirne insieme è politica. Oggi l'individualismo e la solitudine portano alla richiesta di politiche securitarie. Voglio invece un universo simbolico diverso da quello dominante. Voglio l'eguaglianza. Insomma: bisogna dire e far capire che le diseguaglianze non sono colpa tua ma di qualcuno che te le impone. Il riferimento al comunismo come fatto pienamente politico significa avere la forza per costruire un universo simbolico alternativo. Penso a una sinistra ampia, in grado di rifare quello che ha fatto in anni di lotte il movimento operaio, che discuteva delle sue condizioni di lavoro e di vita per poi prenderne coscienza e migliorarle. Il movimento delle donne ci insegna che socializzare, parlare, discutere insieme dei problemi porta non solo alla presa d'atto ma anche al loro possibile superamento.

Ci sarà da lavorare parecchio.
Mentre nella fabbrica fordista la visibilità delle condizioni di lavoro di ciascuno era lampante, il precario di oggi è nascosto, isolato, separato. La destra cerca di tradurre un rapporto di sfruttamento in una relazione giuridico commerciale. Di mettere in rapporto il lavoratore autonomo, il precario e l'azienda come fossero due soggetti alla pari. Il marxismo oggi serve a disvelare la mistificazione di questi rapporti per far emergere l'elemento dello sfruttamento che li caratterizza.

Scusa l'insistenza: la parola comunista è davvero così importante?
In Italia tutte le volte che si è abbandonato il nome comunista, anche per andare più a sinistra, si è finiti a destra.

Torniamo a Rifondazione comunista. Ora che il congresso è finito non si dovrebbe più parlare di mozioni. Però ci sono due documenti politici, uno di maggioranza e uno di minoranza. Sono davvero così inconciliabili?
Nella mia idea di partito - lo ripeto - nessuno è ospite a casa di altri, siamo tutti protagonisti. Se invece guardiamo ai documenti delle differenze ci sono. Il documento approvato a Chianciano e che oggi è a tutti gli effetti la linea politica del Prc dice che Rifondazione c'è per l'oggi e per il domani. Mi riferisco sia al partito organizzato che al progetto della Rifondazione comunista in quanto tale. Secondo: quale rapporto avere con il Partito democratico? Piena autonomia, perché il tuo progetto strategico è alternativo. Ad esempio, sarebbe sbagliatissimo rientrare nella giunta regionale calabrese. Terzo: la sinistra deve reimmergersi nella società.

sabato 9 agosto 2008

Haidi Giuliani - Lettera a Rifondazione

Cara Rifondazione,

Forse è corretto che io ti scriva le ragioni per cui mi trovo ad avere la tessera n° 041204. “Al cuore non si comanda”, ha scritto Lidia Menapace chiedendo l’iscrizione al partito. Il mio cuore, in realtà, è sempre stato un po’ anarchico, più a suo agio nelle piazze e tra i movimenti che in una struttura organizzata. Perciò chi mi conosce, quando dico che anch’io mi sono iscritta, mi guarda con sorpresa.

E’ una decisione maturata da qualche tempo ma per chiedere la tessera ai compagni e alle compagne di quello che da sette anni è di fatto il mio circolo, ho preferito aspettare la fine del congresso: infatti, pur avendo assunto chiaramente posizione nel dibattito tra le mozioni, riconoscendomi nella prima, non volevo che la mia iscrizione potesse apparire in alcun modo una scelta “contro” mentre vuole essere decisamente “per”. C’è chi dice che non è possibile risolvere la crisi della sinistra con un partitino che raccoglie i cocci di altri precedenti, ma io sono una vecchia maestra abituata a lavorare partendo dai dati reali e non mi pare che ci siano in giro molte forze attualmente impegnate ad arginare la gravissima deriva di destra.

C’è chi auspica un vasto ed eterogeneo movimento di forze autorganizzate, me lo auguro anch’io ma nel frattempo ho letto dichiarazioni su quanto è bello il nucleare, ho visto arrivare i soldati nelle vie delle città, tanto per fare due esempi, senza un’ombra di opposizione, essendo in quei giorni il Prc chiuso nelle sue stanze, impegnato a discutere del proprio futuro; menomale che sulle impronte dei bambini rom si è mobilitata l’Arci e ha fatto qualche dichiarazione la chiesa, altrimenti sarebbero passate sotto silenzio anche quelle.

E poi c’è la guerra, con le sue stragi; e la guerra quotidiana del lavoro, con i suoi morti; e la guerra della fame, con i suoi annegati; e la guerra della disinformazione, che uccide i cervelli, e davvero non si può aspettare, non dico un mese ma neppure un minuto di più, per rimboccarsi le maniche e andare tra la gente e lavorare a risvegliare coscienze. Così mi sono iscritta, da sinistra e dal basso che più in basso non si può; anche perché, ora che pare non vada più di moda, ora che più di qualcuno ci considera una specie in via di estinzione, mi piace vedere scritta vicino al mio nome la parola ‘comunista’.

Haidi Gaggio Giuliani

venerdì 1 agosto 2008

Tradita la linea di Carrara. D'Alema? Male informato

di Romina Velchi

su Liberazione del 01/08/2008
intervista a Claudio Grassi, coordinatore nazionale di Essere comunisti

Claudio Grassi, a Carrara l'area che fa riferimento a te (Essere comunisti) e che era in minoranza aveva trovato una convergenza, diciamo così, con la segreteria Giordano. Che cosa è accaduto in questo anno e mezzo da spingerti a rompere con la maggioranza di allora?

E' accaduto che la proposta politica di Carrara è stata affossata e quindi si è disgregata l'ampia maggioranza che si riconosceva attorno a quell'impianto. Carrara viveva di due presupposti fondamentali. Da una parte un'unità della sinistra che però non metteva in discussione l'autonomia di Rifondazione comunista. E dall'altra prendeva atto che il congresso di Venezia aveva fallito per quanto riguarda la gestione maggioritaria del partito e quindi bisognava costruire un modo diverso di stare assieme all'interno del Prc. Quell'impianto e quella coalizione è stata frantumata dal modo con cui si è voluti andare al congresso, cioè a mozioni contrapposte.
E poi c'è stata la Sinistra arcobaleno.

Certo, nell'ultima fase della campagna elettorale, come ha tra l'altro detto lo stesso Fausto Bertinotti intervenendo a Chianciano, si è lavorato non per costruire, come avevamo detto e scritto tutti assieme a Carrara, un percorso di unità a sinistra che salvaguardasse l'autonomia di Rifondazione, ma sostanzialmente per costruire, attraverso la Sinistra arcobaleno, una nuova forza della sinistra all'interno della quale Rifondazione comunista diventava una tendenza culturale. Il fatto che le elezioni siano andate male hanno bloccato questo processo. Ma, appunto, come ricordato dallo stesso Bertinotti, se fossero andate bene la proposta diventava concreta nei fatti.

Nei giorni caldi di Chianciano sei stato nell'occhio del ciclone per il tentativo di arrivare ad un accordo con gli esponenti della seconda mozione. Cosa c'era di vero e cosa c'era di falso in quelle ricostruzioni?

Di fronte ad un congresso in cui nessuna delle due mozioni principali aveva la maggioranza da sola, mi sembrava naturale cercare di trovare un'intesa, oltre che con le altre mozioni di minoranza anche con la mozione di maggioranza relativa per cercare di tenere unito il più possibile il partito. Ho cercato di farlo anche perché, visto che la proposta della costituente della sinistra non aveva raggiunto la maggioranza assoluta e visto che era stato eliminato dalle proposte politiche praticabili il superamento di Rifondazione comunista, pensavo che si potesse trovare un'intesa comune almeno per il prossimo anno, visto che ci attendono appuntamenti assai significativi. Il mio tentativo non è riuscito, ma ovviamente il partito va avanti lo stesso e ora bisogna guardare avanti e non indietro.

La maggioranza che ha vinto il congresso è unita solo dall'antivendolismo?

Assolutamente no. E' una maggioranza che ha costruito e scritto un documento politico che, secondo me, in modo ingeneroso è stato ridicolizzato. E' un documento che invece contiene alcuni punti importanti, che tra l'altro sono sempre stati propri di Rifondazione comunista. E attorno a questo documento politico si costruiranno le prossime iniziative. In ogni caso, noi riproponiamo testardamente la gestione unitaria in coerenza proprio con i deliberati di Carrara. Tutti insieme eravamo d'accordo nel riconoscere che la linea di Venezia (chi ha il cinquanta per cento più uno piglia tutto) non ha funzionato. E ora tutti dobbiamo metterlo in pratica. A questo proposito capisco la tensione che si è prodotta nel congresso, ma certe frasi avrei preferito non sentirle.
A quali ti riferisci?

Per esempio la compagna Deiana che dice: Ferrero non è il mio segretario; o Giordano: finalmente liberi; o lo stesso Nichi che nell'intervista a "Liberazione" afferma: hanno ucciso la mia Rifondazione. Il sottoscritto per tanto tempo è stato in minoranza, ma non si è mai sognato o permesso di fare affermazioni così gravi. Credo che sia legittimo e anche giusto che chi non condivide la linea politica organizzi la propria lotta interna per cercare di mettere in evidenza i limiti della controparte e anche che si organizzi per tentare di riconquistare la maggioranza. Quello che non si può fare è un'azione che anziché stare al confronto politico, finisce con l'essere distruttiva e devastante per tutti.
Alcuni autorevoli esponenti del Pd sostengono che con «questa Rifondazione» non è possibile alcun accordo.

E' una forzatura. E' chiaro che con il Pd, dal punto di vista della sua proposta politica generale, le distanze nell'ultimo anno sono aumentate. Il partito democratico ha virato al centro, facendo di tutto, in campagna elettorale, per svuotare di consensi la sinistra di alternativa e Rifondazione in particolare. Il Pd in questi primi tre mesi di governo Berlusconi non ha sostanzialmente praticato alcuna forma di opposizione. Detto questo, non abbiamo mai detto né scritto che da questo discenda la rottura di qualsiasi forma di alleanza sul piano locale. Anzi riconfermiamo che le alleanze sul piano locale si fanno a partire dai contenuti e che siamo interessati a praticarle. Certamente, se c'è una cosa da correggere del comportamento del Prc negli ultimi anni, è che gli accordi e le alleanze erano diventati un fatto automatico. Dobbiamo ritornare al metodo che è sempre stato nostro, cioè appunto, quello di un confronto sui contenuti: se ci sono le condizioni si fa l'intesa altrimenti ognuno corre per conto suo.

D'Alema, però, continua a sostenere che avete rinunciato all'unità a sinistra.

Forse D'Alema ha seguito superficialmente il nostro dibattito o è stato male informato. Noi non rinunciamo assolutamente all'unità a sinistra. La differenza è che noi distinguiamo tra unità a sinistra e partito unico: non si costruisce alcuna unità a sinistra partendo dal superamento del Prc. Proponiamo un lavoro comune per costruire un autunno di lotta contro Berlusconi, un coordinamento delle forze della sinistra, ma non riteniamo che Rifondazione comunista abbia esaurito la propria autonomia e la propria specificità. Anche vedendo come sono andati i congressi della altre forze della sinistra, non si può dire che emergano delle proposte convergenti: l'unità si può trovare sui contenuti, sulle lotte ma difficilmente queste forze possono costruire un unico partito politico. Posso aggiungere una cosa?
Prego.

Sono rimasto un po' stupito dall'apprezzamento di D'Alema al Prc di Bertinotti. Se non ricordo male, nel '98, quando ci fu la rottura col governo Prodi, D'Alema non solo si scagliò pesantemente contro il Prc e il suo gruppo dirigente, ma appoggiò politicamente e concretamente la scissione di Cossutta e Diliberto. Diciamo che vedo un elemento strumentale e contraddittorio.

L'anno prossimo si vota alle europee. La maggioranza ha messo nero su bianco la propria proposta di sbarramento al 4%, mentre il Pd media al 3%.
Il sistema proporzionale attuale per le elezioni europee deve essere salvaguardato. Non c'è alcuna ragione al mondo per mettere degli sbarramenti. Chi li propone ritiene che servano ad impedire la proliferazione dei partiti e a garantire la governabilità del paese. Ma al parlamento europeo questo problema non si pone: non si deve eleggere alcun governo. Quindi l'introduzione degli sbarramenti serve solo per tenere fuori dal parlamento Ue delle sensibilità politiche, culturali e partitiche. E questo non è accettabile.

Ci sarà un accordo con il Pdci?

Dopo l'esperienza disastrosa della Sinistra arcobaleno dobbiamo lavorare in questo anno per andare alle europee con il nostro nome, il nostro simbolo, il nostro programma e liste caratterizzate come sempre dall'apertura verso i movimenti e altre formazioni politiche. Per quanto riguarda il Pdci, c'è una fase nuova di rapporti in corso da tempo. Va coltivata ma sarei contrario a vedere questo processo come un passaggio verso simboli nuovi o cose nuove. Sarebbe un grave errore.

Legge elettorale europea, immigrati, precari, inflazione oltre il 4% e Robin Hood che non si vede. E' complicato fare opposizione stando fuori dalle istituzioni.

Non c'è dubbio. La destra è forte e noi non siamo in buone condizioni. Ma noi, e questo è ciò che qualifica la linea che abbiamo proposto al congresso e intendiamo praticare, riteniamo che l'unico modo non dico per sconfiggere ma iniziare a sgretolare l'egemonia della destra sia quello di lavorare nella società. L'errore più grave che potremmo fare è comportarci come il Pd: inseguire la destra, solo "un po' meno". Noi non possiamo inseguire il Pd "solo un po' meno". Dobbiamo costruire una nostra proposta nettamente alternativa. Qui sta la sfida dei prossimi mesi: costruire un autunno di lotta, un'opposizione sociale con parole d'ordine e proposte nette e chiare, a partire dalla preparazione di un nuovo 20 ottobre con tutte le forze politiche e sociali della sinistra; a partire da una nostra vera conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici; e a partire dal rilancio di alcune proposte forti sulle questioni sociali: nuova scala mobile; campagna referendaria contro la precarietà e la democrazia nei luoghi di lavoro. Attorno a questi temi, c'è la possibilità di rientrare nella società e per questa via iniziare a sgretolare la forza della destra.

Revelli accusa in maniera bipartisan i dirigenti del Prc di non aver capito la società e nemmeno di essersi sforzati di farlo.

Non c'è dubbio che il nostro congresso questo aspetto lo abbia ampiamente sottovalutato e penso che la causa sia certamente nei nostri limiti, nei nostri errori, ma credo anche in come abbiamo condotto il congresso. Se invece di lanciarci nella conta delle mozioni e su chi doveva fare il segretario ci fossimo più umilmente messi al lavoro per costruire un documento comune e discuterlo nei circoli e in dibattiti aperti alle altre forze della sinistra, forse questi limiti magari non li avremmo superati completamente, ma almeno li avremmo affrontati meglio.

Ma è vero o no che la sinistra sembra non aver più gli strumenti politici, culturali, organizzativi per leggere e capire i cambiamenti epocali in corso?

La sinistra è in difficoltà perché è dentro una sconfitta di portata storica e fa fatica a reagire. La proposta che noi facciamo, di ripartire dal basso a sinistra, che può sembrare una parola d'ordine un po' demagogica o propagandistica, in realtà credo possa essere un tentativo di uscire da questa empasse. Per me "dal basso" significa prendere atto che in questi anni (e soprattutto negli ultimi due con l'esperienza del governo Prodi) siamo stati percepiti come uguali agli altri; come persone che dicono una cosa, ma poi appena entrano nella stanza dei bottoni si fanno compromettere, corrompere. Così abbiamo perso la credibilità e il legame con i nostri referenti sociali. Partire dal basso significa ricostruire questi legami e lo si può fare solo a partire da un lavoro nella società. "A sinistra" significa un'altra cosa altrettanto semplice: in questi anni, anche per il quadro politico nel quale eravamo coinvolti, siamo stati risucchiati dal moderatismo che la coalizione ci ha imposto. In basso a sinistra, insomma, vuol dire rilanciare con maggiore nettezza le nostre proposte, le nostre battaglie di sempre.

Domanda d'obbligo su "Liberazione". La redazione è preoccupata di finire stritolata nella guerra tra, semplifico, vendoliani e ferreriani. Cosa dobbiamo aspettarci?

Se lavorassi a "Liberazione" mi preoccuperei di qualcos'altro. Ti rispondo da ex tesoriere che alla fine degli anni Novanta ha lavorato due anni per risanare i conti di "Liberazione" e, modestamente, ci era riuscito: il primo problema che vedo non è chi sarà il direttore o la disputa tra ferreriani e vendoliani, ma se nei prossimi mesi "Liberazione" ci sarà ancora o non ci sarà più, anche alla luce dei pesanti tagli che si profilano all'editoria di partito. Già da quest'anno, anche in conseguenza del fatto che non abbiamo più parlamentari, abbiamo dovuto dimezzare il contributo al giornale. Se a settembre non mettiamo decisamente mano a questa situazione, che per certi versi riguarda anche il partito, la discussione di cui leggo sui giornali diventa del tutto stucchevole e fuori luogo.

giovedì 31 luglio 2008

Il congresso è finito. Viva il congresso!

Ci sono stati due congressi.

Il primo provocato da una grave divisione del gruppo dirigente del partito sui tentativi di “superare” rifondazione comunista in una nuova forza politica, che si è concentrato in una discussione politica vera confrontando diverse proposte politiche. Il secondo giocato sulla raccolta di voti con qualsiasi mezzo, sulla personalizzazione della contesa, sulla descrizione faziosa dei maggiori mass media.

Ha vinto il primo, nonostante tutto.

Perché, alla fine, ha comandato la politica e il congresso si è concluso con una votazione su due linee contrapposte.

La totalità dei mass media ha volutamente ignorato il documento politico approvato per poter descrivere un congresso diverso da quello reale. Da tempo in politica, soprattutto in Italia, non si giudicano testi e contenuti, bensì contese fra leader, scontri di potere, dietrologie, processi alle intenzioni, pettegolezzi di ogni tipo. Così si può dire ciò che si vuole senza nemmeno dover far apparire le proprie opinioni in qualche modo collegate alla realtà. Come ha fatto, un esempio per tutti, Ida Dominijanni sul Manifesto.

Invito tutte e tutti a leggere il documento.

home.rifondazione.it/xisttest/content/view/2881/314/

Questo documento rappresenta una linea politica chiara e praticabile. Non c’è traccia di conservatorismi o di mediazioni al ribasso per tenere unite le quattro mozioni che l’hanno votato. Naturalmente si può non condividerlo, ma mi sembra davvero strumentale descriverlo come un pateracchio o come un testo ortodosso.

Ci siamo presentati tutti a Chianciano con la consapevolezza che nessuna mozione aveva avuto la maggioranza dei voti. Nella mozione 1 c’era un’esplicita diversità di opinioni circa l’esito del congresso nazionale. Da una parte c’era la volontà di lavorare ad un esito chiaro politicamente, che sancisse la sconfitta della proposta della costituente di sinistra, dall’altra la preoccupazione che non fosse possibile raggiungere un’unità su una linea chiara fra le quattro mozioni che esplicitamente avevano rifiutato la costituente. Da una parte il privilegiare l’esigenza della chiarezza politica e dall’altra il privilegiare la necessità di unire il più possibile il partito. Le mie posizioni in questa discussione credo siano note. Ma voglio qui ribadire che entrambe le posizioni erano legittime e contenevano una verità interna indiscutibile.

Non importa se i giornali e gli stessi esponenti della mozione 2 in molte dichiarazioni avevano descritto una discussione politica limpida come un complotto di palazzo. A sentir loro la componente di Essere Comunisti avrebbe abbandonato la mozione 1 e avrebbe dato a Vendola una vittoria non ottenuta nel voto della base in cambio di posti di rilievo nella direzione del partito. Questo modo di leggere le posizioni politiche lo considero davvero il massimo della regressione o, se si preferisce, della omologazione alla politica corrente.

Davvero, per la prima volta, siamo entrati in un congresso senza sapere come ne saremmo usciti.

In commissione politica Gennaro Migliore ha proposto che il testo dell’intervento di Vendola fosse assunto come base per la redazione del documento politico finale del congresso. Il sottoscritto ha rifiutato questa proposta ed ha indicato alcuni punti (bilancio dell’esperienza di governo, costituente e unità della sinistra, rapporto con il PD, lavoro sociale, elezioni europee e riforma del partito) sui quali aprire un confronto a tutto campo. Analogamente hanno fatto gli esponenti delle mozioni 3 4 e 5. Alla successiva riunione della commissione politica la mozione 2 non si è presentata. Evidentemente, ma è una mia interpretazione dei fatti, il fatto che nessuna mozione o componente avesse accettato il discorso di Vendola come base per la redazione del documento, aveva convinto le compagne e i compagni della mozione 2 che il loro tentativo di spaccare la mozione 1 era fallito. Nel corso del prosieguo dei lavori della commissione (che sarebbe troppo lungo raccontare minuto per minuto) è apparso sempre più chiaro che c’era un’effettiva convergenza delle 4 mozioni alternative alla costituente su una possibile linea politica.

Ovviamente se ciò non fosse stato possibile o se il documento non avesse retto alla prova e si fossero registrate divergenze insanabili tra le quattro mozioni la mozione 2, alla fine, avrebbe vinto e stravinto il congresso.

La verità è che il documento è una linea politica chiara e condivisa sia dal punto di vista politico che culturale. Basta leggerlo per rendersene conto. Naturalmente tiene conto delle diversità che c’erano fra le quattro mozioni. Lo stesso sarebbe accaduto su un testo della mozione 2 più altre aree. Non per caso il discorso di Vendola aveva totalmente eluso il tema della costituente.

Insomma, essendoci stata una reale convergenza su una proposta politica il documento ha retto l’urto degli insulti e degli strali strumentali ed ha passato il vaglio del voto congressuale.

Nel pieno rispetto della democrazia, in un congresso a mozioni contrapposte, alla fine si sono confrontate due proposte politiche alternative ed una ha avuto la maggioranza.

E’ assolutamente falso che ci sia stata un’operazione per eleggere un segretario, e che sia stata cercata una convergenza politica qualsiasi per raggiungere questo scopo. E’ invece vero il contrario. La stessa convergenza fra le quattro mozioni è stata cercata sulla politica a prescindere dall’elezione o meno di un segretario, anche perchè una mozione (la 5) aveva proposto di eleggere due portavoce e nella stessa mozione 1 esistevano pareri diversi su questo punto.

Quanto al dibattito, lo dico per i veri appassionati, si può verificare come gli interventi della mozione 2 fino ad un certo punto siano stati improntati all’unità e alle sottolineature delle “aperture” contenute nella relazione di Vendola, per poi piegare decisamente verso lo scontro frontale e verso lo stile da comizio urlato. Semplicemente era arrivata la notizia che il tentativo di allargare la mozione 2 con i voti di una parte della mozione 1 era fallito.

Due ultime cose.

La linea di condotta decisa dalla mozione 2 per cui si costituisce una corrente interna-esterna al partito e si alimenta ancora una polemica usando insulti e scomuniche, con l’ausilio della grande maggioranza dei mass media, è una linea pericolosa. Il non riconoscere la legittimità della linea approvata dal congresso e la descrizione della maggioranza che l’ha espressa come un’accozzaglia di estremisti, settari, dogmatici e complottardi non fa onore a chi sostiene queste cose e rischia di dislocare la dialettica dentro e fuori il partito su un terreno di scontro infinito. L’idea, veramente disdicevole a mio parere, per cui con la sconfitta di una proposta politica morirebbe rifondazione e per cui il patrimonio di lotte e di innovazione politico-culturale sarebbero solo di una parte rivela solamente che c’è stata una concezione proprietaria del partito. Una concezione che ha contribuito non poco e determinare la sconfitta della mozione 2.

La gestione unitaria del partito è la chiave per impedire lo scontro infinito che paralizzerebbe il partito e che lo ridurrebbe all’impotenza. Gestione unitaria significa che, oltre a prevedere organismi esecutivi con la presenza di tutti, su ogni scelta importante ci sia un percorso nel quale tutti possano partecipare alla formazione delle decisioni. Non ci sarà una maggioranza che deciderà per poi permettere alla minoranza di dissentire. Si discuterà liberamente, anche ascoltando i circoli e le federazioni, e poi si deciderà. Esattamente il contrario di quanto avvenuto negli ultimi anni.

Sono convinto che la linea che abbiamo scelto darà presto i suoi frutti politici.

Nessuno si spaventi per il fatto che ci si descrive più o meno come fummo descritti dopo la rottura con il governo Prodi nel 98. E’ solo la prova che siamo tornati ad essere una spina nel fianco del sistema politico italiano.

Buon lavoro a tutte e a tutti.

ramon mantovani

dal Blog di Ramon

Festa popolare antifascista a Cagliari




Martedì 5 Agosto 2008
Cagliari,
Terrapieno V.le Regina Elena

(zona P.zza Marghinotti)

contro la violenza xenofoba e fascista
per la solidarietà verso i popoli migranti
contro gli attacchi mediatici verso le classi deboli
per lo scioglimento di ogni organizzazione neofascista

Dalle ore 18.00
  • Stand informativi e intrattenimento
  • Iniziativa ARCI: "Prendete le nostre impronte!"
Dalle ore 20.30: musica dal vivo
  • FABER (tributo a Fabrizio de André)
  • DR DRER & CRC POSSE (roots rap reggae)
Organizzano i Giovani Comunisti della Sardegna

Aderiscono:

Con il contributo di:
Gruppo PRC-SE al Consiglio regionale della Sardegna

Per informazioni e contatti, scrivete ai Giovani Comunisti della Sardegna gcsardi@gmail.com