sabato 7 marzo 2009

Ricomporre la diaspora comunista


di Gianni Fresu *
su la Rinascita della Sinistra del 27/02/2009

La ricomposizione della diaspora del ’98, per ricostruire insieme un’alternativa comunista forte e credibile in Italia, penso sarebbe la migliore risposta possibile ad una depressione economica mondiale che non è solo crisi del cosiddetto neo liberismo. La contraddizione è del capitalismo in quanto tale – delle sue regole di produzione, sfruttamento e appropriazione delle ricchezze – di ciò dobbiamo tenere conto, sapendo bene che la natura ciclica di queste crisi è fisiologica alle stesse modalità di espansione del capitalismo.
Le ragioni della frattura sono state ampiamente superate su tutti i versanti e contro l’ipotesi del riavvicinamento non vale l’argomento sulle presunte diversità politiche e culturali che ancora sussistono. Già ora all’interno di PRC e PdCI sono presenti orientamenti diversi e ciò non è di certo un ostacolo, inoltre vale la pena ricordare che veniamo tutti dalla stessa scommessa: la rifondazione di una teoria e una prassi comunista in Italia come risposta alla svolta della Bolognina. È chiaro, pensare di fare una semplice fusione di gruppi dirigenti sarebbe un errore destinato a non produrre nulla di buono, la riunificazione deve partire dalla presentazione di liste unitarie per le europee per poi divenire processo organico di integrazione e riconoscimento reciproco, attraverso la diffusione orizzontale e collegiale degli strumenti di elaborazione e direzione politica.
Il percorso di riunificazione deve essere necessariamente processuale ma non indefinito nel tempo, la difficile situazione interna ed internazionale non ce lo consentirebbe. La storia ci insegna che le recessioni hanno sempre dato luogo non solo al netto peggioramento delle condizioni di vita e lavoro delle masse popolari, ma a fasi tragiche di imbarbarimento delle relazioni sociali, di involuzione politica e culturale. Ci troviamo nel pieno di una fase di «crisi organica del capitalismo», ed è esattamente in simili contesti che hanno, in genere, luogo i peggiori processi di “modernizzazione” dei rapporti economici e sociali, attuati sempre attraverso la passivizzazione coatta delle grandi masse popolari, ciò che Gramsci definiva «rivoluzioni passive».
A fronte di una situazione tanto complessa il cannibalismo del PD, che ha speso tutte le sue energie per mettere fuori causa la sinistra di classe, anziché impegnarsi in un’opposizione reale alla destra, si è ritorto contro chi l’ha praticato. L’illusione del PD – un “moderno” partito interclassista, che avrebbe dovuto congiungere gli interessi del capitale e del lavoro – si è schiantata sugli scogli di una realtà ben più complessa dei sogni veltroniani. Il PD si è rivelato, in tutta la sua fragilità, un immenso comitato elettorale strutturato per camarille, un agglomerato composto da consorterie condensate attorno a singole personalità che controllano partito, istituzioni e collegi senza alcun disegno complessivo. Già a fine Ottocento la dissoluzione del liberalismo italiano portò al tentativo di assemblaggio dei due raggruppamenti tradizionali della Destra storica e della Sinistra liberale per formare un unico «blocco costituzionale» presentato come baluardo contro le due ali estreme della reazione e della rivoluzione. Oggi come allora più che di “trasformazione del sistema politico” si deve parlare molto più prosaicamente di «trasformismo» e il divampare in tutta la sua virulenza della questione morale ne è una conferma. L’attuale inservibilità politica del PD dimostra ulteriormente quanto fosse avventata l’idea della “costituente della sinistra”, che puntava tutte le chanche di un rilancio della sinistra sul rapporto organico con il partito di Veltroni. Ricomporre la diaspora non significa e non deve significare però chiudersi in un recinto identitario, ma al contrario fare un investimento per l’unità della sinistra, mantenendo anche un interlocuzione dialettica, non subalterna, con le altre forze democratiche. Il PRC è nato sulla base del binomio autonomia e unità, quella deve tornare ad essere la nostra bussola di orientamento per rifuggire ogni tentazione di settarismo minoritario e insieme di opportunismo. Oggi più che mai si sente il bisogno di un partito comunista capace di porre, attraverso il conflitto, al centro dell’agenda politica le questioni del lavoro, di plasmarsi organicamente sulle esigenze delle masse popolari, da qui possiamo ripartire.

* Comitato politico nazionale PRC

Ripartire dal lavoro


di Marco Ligas
dal Manifesto Sardo

La campagna elettorale è finita e riemergono, fuori dai proclami propagandistici, i vecchi problemi. Sono circa un migliaio i lavoratori, compresi quelli dell’indotto, che rischiano di perdere il posto all’Euroallumina. Non bastano gli incatenamenti ai cancelli delle fabbriche o le marce dei sindaci per le strade della capitale per modificare decisioni assunte prima delle elezioni e formalizzate successivamente. Purtroppo questi lavoratori non sono i soli in Sardegna, la condizione degli occupati delle altre fabbriche è analoga, a rischio di licenziamento o di cassa integrazione. La crisi investe tutto il settore industriale, quello che nei decenni precedenti è stato presentato come il volano della rinascita dell’isola.

Per capire meglio la dimensione della crisi è utile partire da alcune informazioni diffuse dall’Assessorato regionale al lavoro già nel mese di novembre. Si sottolineava allora come le esportazioni rappresentino una variabile importante per la solidità di una struttura produttiva, per il suo livello di competitività e la sua dinamica. Questi indicatori, validi in generale, lo sono soprattutto in Sardegna. A causa della sua modesta estensione e della limitata popolazione, infatti, l’isola non può basare il proprio sviluppo puntando soltanto sul mercato interno. Ebbene, i dati sulle esportazioni (forniti dall’Assessorato) indicano una debolezza della struttura produttiva. Nel 2004 la Sardegna si trova al 14° posto nella graduatoria nazionale. Questa posizione, già di per sé poco rassicurante, peggiora se si tiene conto che la composizione delle esportazioni è rappresentata in larga parte, per il 75%, da prodotti petroliferi e chimici. Ma questa produzione è destinata a ridursi notevolmente proprio perché è l’industria petrolchimica a subire gli effetti più devastanti della crisi. La Sardegna rischia dunque di diventare drammaticamente il fanalino di coda del Mezzogiorno per la percentuale delle esportazioni sul Pil. Sono molto preoccupanti anche i dati sulle esportazioni agricole e sull’industria agro-alimentare fermi intorno all’1%. Pur non considerando il Pil l’unico indicatore capace di rappresentare il benessere di una società, è indubbio che siamo di fronte ad uno dei maggiori limiti dello sviluppo dell’economia sarda, dovuto anche alle dimensioni delle imprese produttrici, troppo piccole per raggiungere l’efficienza distributiva ed una credibilità adeguata. È notevole anche il grado di dipendenza dalle importazioni, aspetto che consolida ulteriormente la mancanza di autonomia dell’economia isolana.

Da questi dati emerge come, nei decenni trascorsi, le notevoli sovvenzioni pubbliche a sostegno delle iniziative private siano state caratterizzate, se non dal clientelismo, dall’improvvisazione; anziché individuare e promuovere le attività necessarie per porre l’isola al riparo dagli effetti della crisi, sono stati offerti ai privati ‘contributi in libertà’, mai subordinati ai risultati da conseguire. Soprattutto non si è badato alla stabilità dei comparti industriali, né alla loro capacità di tutelare l’ambiente e la crescita dell’occupazione. Anche quando sono emersi i primi segnali della crisi si è continuato con le politiche del rattoppo, della concessione di nuovi contributi nell’illusione che potessero correggere un indirizzo industriale ormai compromesso. Sono mancati, come abbiamo più volte sottolineato, il coraggio e la capacità di avviare le politiche di riconversione dell’economia, in grado di modificare al tempo stesso i nostri modi di produrre. Oggi, sulla scia della crisi che sta travolgendo l’economia mondiale, si parla nuovamente di aiuti su grande scala alle banche e alle imprese, e si prevedono interventi ancora più massicci perché si possano rilanciare le attività produttive e alimentare nuovamente i consumi. È l’unica strada - si sottolinea - perché il sistema economico possa riprendersi e garantire migliori condizioni di vita. Ma ancora oggi nessuno vincola gli investimenti del denaro pubblico ad una svolta, all’obbligo per le imprese perché tutelino l’ambiente e garantiscano nuovi livelli di occupazione. In Sardegna non abbiamo neppure questi segnali. Si profila piuttosto il rischio che venga costruita, dopo l’accordo col governo francese, una delle quattro centrali nucleari di terza generazione (tra le altre cose non viene garantita alcuna soluzione per lo stoccaggio delle scorie).

Non resta che un’alternativa: usare tutte le nostre energie per respingere questa prospettiva e informare, a partire da oggi, tutti i cittadini sardi dei pericoli a cui questo governo irresponsabile ci sottopone. In Sardegna come nel resto del paese c’è bisogno più che mai di lavoro, ma di un lavoro che rispetti la dignità delle persone e possa essere al tempo stesso strumento di crescita culturale e di miglioramento dell’ambiente fisico dove viviamo. Questo diritto oggi è attaccato da un decreto antisciopero che il governo vuole sperimentare nel settore dei trasporti: prevede la comunicazione in anticipo dell’adesione allo sciopero e l’imposizione dello sciopero virtuale, vale a dire l’attività lavorativa senza retribuzione! Naturalmente perché questo disegno venga sconfitto è necessario mobilitarsi con spirito unitario e con una determinazione rinnovata. Ne saremo capaci?

lunedì 23 febbraio 2009

La Sinistra europea ricomincia da sé

sinistra_europea.gifDov'era finita la Sinistra Europea? L'ha ammazzata l'Arcobaleno?, come dice Franco Russo. Ci aveva provato, quando, orsono 14 mesi, al Ponte dell'Immacolata 2007, aveva relegato l'"eccedenza" (parola assai in voga al tempo) a lato e in fondo agli Stati geerali. Bastava osservare i volti seccati e ostili di parecchi delegati della Fiera di Roma (lo stesso posto dell'assemblea di ieri del piddì) quando fece la sua apparizione il corteo interno dei No Dal Molin. Cinzia Bòttene dovette parlare tra l'impazienza sufficiente degli apparati.

di Checchino Antonini
lunedì 23 febbraio 2009
da Liberazione

Insomma, che cos'è rimasto, dopo «la scorciatoia arcobaleno», di quell'intuizione che doveva servire - parole della fiorentina Monica Sgherri - «a inventare forme nuove e più complesse della politica?». A dire il vero è dall'humus della Sinistra europea che è scaturito l'appello per la manifestazione dell'11 ottobre scorso che solo uno sguardo frettoloso e strabico poté leggere come residuale e identitario. A contare i nodi presenti ieri mattina al Rialto S.Ambrogio, spazio autogestito e ospitale del centro di Roma, mancavano all'appello soprattutto i nodi "inventati" da pezzi dell'apparato di Viale del Policlinico quando si puntava sul progetto fortemente voluto da Fausto Bertinotti. Forse vale il sospetto che, per alcuni, la Sinistra europea doveva servire a «superare Rifondazione», lo ha ricordato il livornese Massimo De Santi. C'erano anche altre sedie vuote, è vero, su tutte spiccava l'assenza dei centri sociali, ma - assicura Elio Bonfanti di Socialismo XXI - che quelle interlocuzioni non si sono affatto elise nell'ennesima delle «separazioni diasporiche» (dice la femminista Bianca Pomeranzi) che si è abbattuta su un campo politico che resta comune. E' toccato a Ciro Pesacane del Nodo ambientalista, introdurre l'assemblea ricordando la ricerca di contaminazioni intrapresa da Genova in poi e la necessità di intercettare i conflitti nei territori. «Il movimento - ha ricordato citando Belem - non si esaurisce nella somma delle sigle». Dai territori, però, arrivano segnali a intermittenza: da un lato quello di Mirafiori dove la Fiom sta dando vita a un Gap operaio, raccogliendo la suggestione dei gruppi di acquisto popolari praticata dal Prc, da Action e altri.
Ci sono le esperienze calabresi della dorsale dei comuni solidali, ricordata da Principe della Sinistra euromediterranea, che inverte la tendenza dell'inospitalità verso i migranti. Ma ci sono le ronde «in nome delle donne, come al tempo fu per la guerra in Afghanistan» (Pomeranzi) o la dispersione dei saperi e la chiusura in se stessi, dopo la sconfitta, che Simona Ricotti è costretta a registrare a Civitavecchia dove incombe la costruzione di una megacentrale a carbone: «senza luoghi di incontro tra le culture ambientaliste e quelle lavoriste, la sinistra sconfitta si arrocca nella richiesta di nuove infrastrutture». Dalle città arrivano altri racconti di amori difficili tra movimenti e partiti e non mancano nella discussione dosi da cavallo di consapevolezza. Sia sulla debolezza delle forze in campo, sia sulla sfiducia nei partiti, sia sull'arretratezza del discorso su temi come quelli di vita e morte. «Bisogna trovare modi diversi di vivere, amare, consumare, morire», ha avvertito la femminista Anita Sonego. E «sottrarsi all'agenda politica dell'avversario, bisogna far interagire gli interessi colpiti dalla crisi, non metterli uno accanto all'altro», le ha fatto eco Salvatore Bonadonna. D'altronde è proprio per questo che è nata Sinistra europea da sempre in connessione col forum sociale europeo.

Ma come andare avanti? Sulla carta ci sono gli organismi statutari ancora in piedi. Ma la prossima assemblea nazionale, che sarà convocata per i primi di aprile, dovrà segnare una «discontinuità» col passato nella consapevolezza di un'autonomia dei soggetti, lontani dalla crisi del Pd: non è lì dentro che si attiverà la nuova sinistra. «Il Pse è organico al neoliberismo, esprime i leader di Wto e Fmi, e partecipa a una grosse koalition in Europa» (Fabio Amato). «Ed è stato D'Alema a chiedere a Consorte di farlo sognare» (Bonfanti).

La discontinuità è anche quanto auspica Paolo Ferrero, il segretario nazionale di Rifondazione, per l'«animale ibrido» che si chiama Sinistra europea e per il quale il gruppo dirigente del Prc «ha continuato a dettare i tempi». All'origine c'era l'idea - la chiamiamo "genovese" per praticità sebbene abbia origini più antiche - che il partito non debba possedere «il monopolio della politica», che fosse un "pesce nel mare" (come amavano ripetere i giovani comunisti all'indomani di Seattle) e che il dialogo con i movimenti dovesse essere «paritario». Bene, per Ferrero «quel dialogo è da riprendere. Rifondazione, che ha fatto un congresso decidendo di esserci per l'oggi e il domani, non deve diventare come la dipinge Vendola». E lo sguardo del Prc sarà tanto più aperto, quanto più sarà «interloquito». Quale sarà la forma per questa rete di relazione stabile? Ferrero immagina una "coordinadora", una coalizione così come si manifesta in America Latina, le cui caratteristiche siano l'«autonomia dei soggetti» e il carattere «alternativo al Pd». Un discorso che si incrocia necessariamente con i ragionamenti per le imminenti europee. «Sarebbe sbagliato mettere insieme tutti per inseguire il 4%, così come sarebbe fallimentare la sola unità dei comunisti. Il primo è un fatto tutto di ceto politico, l'altro solo simbolico e identitario. Ma tutti e due sono fatti "privati", che non incidono nella società». Il dialogo con il Pdci è «importante» ma è dentro un percorso con altri soggetti anticapitalisti, femministi, ambientalisti. Questo non significherà neofrontismo - il riferimento è alla cosiddetta "lista per la democrazia" - «il problema è quello di tornrae a parlare agli operai che votano Lega o alle perifere romane che hanno eletto Alemanno. Contro i rischi di semplificazione autoritaria, o di ripiegamento in comunità chiuse, va ricostruito l'avversario di classe in termini visibili. Va "rimesso in piedi". Questa verticalizzazione del conflitto serve a sostituire un sano conflitto di classe alla guerra tra poveri». Una ricostruzione di senso che ha bisogno di tempo - Ferrero e l'assemblea ne sono coscienti - «la strettoia del 4% non deve contraddire questa impostazione».

sabato 21 febbraio 2009

23 febbraio-1° marzo: una settimana di campagna straordinaria: tutti i circoli mobilitati per il Prc e per «Liberazione»

di Claudio Grassi
responsabile Organizzazione segreteria nazionale Prc bandierarifondazione.jpg


Dopo aver realizzato il 24 e il 25 gennaio scorsi due giornate per il tesseramento, sulla base del positivo riscontro che abbiamo avuto, riteniamo utile darvi continuità. Proponiamo una settimana - dal 23 febbraio al 1 marzo - di mobilitazione straordinaria di tutti i circoli. Avanzando questa proposta, non vogliamo solo sollecitare assemblee degli iscritti per rinnovare la adesione al Partito, cosa di per sé importantissima, ma fare qualcosa di più. La situazione che stiamo vivendo, infatti, è eccezionale e non può che essere affrontata come tale.


In primo luogo vi è la drammaticità della crisi economica. Berlusconi dopo aver sostenuto che con un po' di ottimismo si sarebbe risolto tutto, oggi si dice "molto preoccupato". Naturalmente ciò non significa che i provvedimenti che il governo sta prendendo siano adeguati. Anzi. A fronte di un aumento enorme della cassa integrazione, della cessazione del contratto di lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori precari, non si vede all'orizzonte alcun intervento serio che non sia il solito contributo, attraverso la rottamazione, per l'industria automobilistica. Alla drammatica situazione di numerose famiglie che si trovano a dover fare i conti con un proprio componente che perde il lavoro o che va in cassa integrazione, non viene dato alcun aiuto. Ai giovani precari viene negata qualsiasi prospettiva che non sia quella di svolgere - nella migliore delle ipotesi - lavori saltuari.
Mentre avviene tutto questo abbiamo una "opposizione" parlamentare inesistente. Il Partito Democratico, diviso su tutto, non va al di là di qualche critica, ma non organizza nel Paese e in Parlamento una opposizione degna di questo nome. D'altra parte come potrebbe farlo visto che in questi anni ha spesso sostenuto quei provvedimenti economici che sono all'origine della crisi e cioè privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e contenimento dei salari? Ma anche Di Pietro sulla crisi non alza la voce. Anche per lui, come per il Pd, sembra valere la regola che si può parlar male di Berlusconi, ma, quando ci sono di mezzo i padroni e la Confindustria, è meglio tacere. La partita tuttavia è aperta perché, come si è visto dallo sciopero di venerdì, vi è una reazione del mondo del lavoro forte e combattiva e vi è un impegno non solo di alcune categorie o del sindacalismo di base a sostenerla, ma di tutta la Cgil.

In secondo luogo siamo già entrati in una importantissima campagna elettorale. Ci andiamo con una legge elettorale voluta dal Partito Democratico e votata da tutti i partiti presenti in Parlamento, Italia dei Valori compresa, che introduce una soglia di sbarramento del quattro per cento. Veltroni, che in passato aveva criticato Berlusconi per aver cambiato all'ultimo momento la legge elettorale per ricavarne un vantaggio di parte, si è comportato esattamente nello stesso modo pensando di ridurre per questa via il calo di consensi del Pd. Non ci riusciranno. Rifondazione Comunista supererà la soglia perché la netta impressione che si percepisce è che questa volta il voto utile sarà "alla rovescia".
Questa volta, poiché non si vota per il governo del Paese, non c'è lo spauracchio di Berlusconi e una Sinistra debole, come si è visto in questi mesi, determina un Pd sempre più centrista e priva di rappresentanza il mondo del lavoro più combattivo. Quello che era in piazza venerdì, per intenderci. Inoltre questa volta non ci presenteremo agli elettori con un simbolo sconosciuto e un programma indefinito, come avvenne il 13 e 14 aprile scorsi. Come ha deciso infatti la Direzione, mercoledì scorso, ci proponiamo di costruire una convergenza con le altre forze comuniste, anticapitaliste, di movimento, sulla base di un programma nettamente di sinistra, che abbia come sbocco naturale il Gue del Parlamento europeo, a partire dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista.

In terzo luogo dobbiamo fare tutto questo mentre una parte dei compagni che al congresso avevano sostenuto la mozione di Nichi Vendola è uscita dal Partito e sta dando vita ad un nuovo movimento politico, il Movimento per la Sinistra. Questi compagni stanno costruendo un cartello elettorale con Sinistra Democratica, i Verdi e i Socialisti. Ci criticano perché non abbiamo accettato anche noi di farne parte. A parte che è un po' singolare fare una scissione e contemporaneamente fare assieme una lista elettorale, ma ciò che proprio non condividiamo è ripetere l'esperimento dell'Arcobaleno e cioè quello di pensare che si supera lo sbarramento facendo un'ammucchiata per dividersi subito dopo il voto.

Sono questi i motivi che ci spingono a sollecitare nel Partito una mobilitazione vera, non rituale, partecipata, aperta. I modi con cui realizzarla possono essere molteplici, essi vanno dall'assemblea pubblica per discutere delle nostre proposte contro la crisi, all'iniziativa in difesa dei beni comuni, dalla presenza in piazza con la vendita del pane, al volantinaggio davanti ad un supermercato o ad una fabbrica, da un presidio antifascista, alla raccolta di fondi per la Palestina. Chiediamo ad ogni circolo di muoversi in questa direzione raccogliendo e sollecitando nel vivo dell'azione politica l'iscrizione a Rifondazione Comunista. Senza dimenticarci di Liberazione . Dal ventitré febbraio al primo marzo è anche la sua settimana. Quindi in ognuna di queste iniziative non ci si dimentichi di prenotare le copie di Liberazione e di diffonderle. Come si è visto dallo straordinario successo che ha avuto la diffusione del nostro quotidiano nella manifestazione di venerdì, si può fare.

Ricominciamo da Sinistra Europea


ROMA, Sabato 21 febbraio ore 10 -16
ASSEMBLEA AL RIALTO OCCUPATO

L'appello "a sinistra per davvero, ricominciamo da Sinistra Europea" è stato sottoscritto, fra associazioni e persone singole, da tutti quelli che perseguono l'obiettivo di ricosturire una connessione fra le decisioni a livello europeo e la vita di noi tutti. Questo del Rialto è il primo appuntamento per costruire l'unità sulla base della pratica e dei principi comuni

di Monica Sgherri
responsabile dipartimento Sinistra Europea


La vittoria del Pdl in Sardegna è lo specchio del fallimento del progetto del Pd Di quel progetto che nasce dallo scioglimento del Pci e che ininterrottamente per tutti questi anni coniuga perdita di identità e spostamento costante verso politiche liberiste e impopolari troppo simili al centro destra (a partire proprio dalla privatizzazione dell'acqua-bene comune indispensabile alla vita- e dalla precarizzazione del lavoro). Un grande vuoto lasciato a sinistra che neanche i partiti della sinistra alternativa sono riusciti a coprire. Questo ci dice il fallimento della Sinistra Arcobaleno, drammaticamente battuta per mancanza di credibilità del suo progetto, del governo Prodi affossato anche da autorevoli esponenti oggi presenti nei ranghi del centro destra, di Soru sconfitto anche dalla paura della crisi economica e dalla speranza che speculazione edilizia e svendita del territorio possano diventare un'ancora di salvezza. Tutti noi siamo oggi chiamati a rispondere di una pesante sconfitta politica e culturale che ha radici profonde, che apre le porte ad una riscrittura materiale della Costituzione nel segno della controriforma autoritaria, dai caratteri reazionari e xenofobi, segnata della volontà di "uccidere" definitivamente la sinistra d'alternativa, con la soglia di sbarramento elettorale per le elezioni europee.

Eppure registriamo importanti segnali di ripresa della mobilitazione sociale nel paese, come ci dicono le lotte cresciute sotto la bandiera di "noi la crisi non la paghiamo". Dalla scuola, agli scioperi generali del 16 novembre, del 12 dicembre fino all'ultimo del 13 febbraio. A livello locale i territori sono ricchi di esperienze di conflitto che a partire dal proprio specifico, siano esse le lotte per il diritto all'abitare o per la salvaguardia dell'ambiente e della salute, sviluppano lotte antisistemiche per un altro modello di sviluppo, diametralmente contrapposto alla crescita illimitata. Il tema è quello di cercare di costruire concretamente le risposte e le pratiche per uscire dalla crisi della globalizzazione capitalistica, in basso a sinistra. Non si tratta solo di salvare Rifondazione Comunista ma di costruire e ricostruire uno spazio politico aperto al protagonismo che ancora è forte nella società, uno spazio che sappia far convivere le forme organizzate dei partiti con le altre forme dell'organizzazione della vita politica e sociale.

Per questo è importante l'appello "A sinistra per davvero, ricominciamo da sinistra europea" sottoscritto da associazioni, personalità e da molti di noi, con un appuntamento per sabato 21 febbraio a Roma al Rialto Occupato. E' importante perché quella europea è la dimensione reale dove passano le scelte che condizionano gli stati nazionali, proprio quell'Europa che da Maastricht in poi è stata governata dal liberismo e dal monetarismo della Banca Centrale, che ci chiede di innalzare l'età pensionistica per le donne in Italia ma dimentica di pretendere che l'Italia si adegui agli altri grandi paesi sull'estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i disoccupati ed inoccupati, la stessa Europa che dimentica i morti sul lavoro.

Sinistra Europea è stata quella esperienza generosa, e colpevolmente sacrificata da Rifondazione Comunista, dove si è sviluppata la possibilità di fare agire insieme soggetti e culture diverse, che offre la risposta concreta a qualunque scorciatoia identitaristica o organizzativistica in nome dell'unità: se le ipotesi unitarie basate sulla rinuncia e cancellazione delle identità, degli ideali e delle culture, oggi sono da respingere, perché palesemente fallite, altrettanto velleitari e, nei fatti, autoritari, sono i richiami a un passo indietro. Oggi l'obiettivo deve essere quello di ricostruire una connessione vera tra quanto si decide a livello europeo e quanto questo determina la vita delle persone in un contesto di crisi profonda. Oggi è necessario un passo avanti di tutti, per coniugare insieme unità e pluralità. L'obiettivo dell'unità a sinistra può essere praticato concretamente sulla base di pratiche, principi e obiettivi comuni. Sabato al Rialto può essere un punto comune per ripartire.